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1. AGRIMONY – Agrimonia Eupatoria Famiglia delle Rosacee

Agrimonia eupatoria / Aigremoine eupatoire

E’ una pianta che cresce sommersa nel verde e che usa le foglie nuove e fresche per coprire quelle che inferiormente sono secche e ripiegate su se stesse. Non ama l’ombra e cresce infatti ben dritta verso il sole, lontana da terreni acidi ed è munita di foglie pelose che usa come difesa mentre i semi sono dotati di piccoli uncini che usano per diffondersi nei luoghi sfruttando il pelo degli animali al quale restano attaccati. La parte superiore in inverno diviene secca e rinasce in primavera, ad ogni ciclo sempre più forte.

 

Agrimony copre, nasconde… maschera.

 

Questo è il fiore che chiama chi è inquieto e interiormente tormentato.

Chi segretamente soffre, mostrando invece al mondo il suo lato più vivace, allegro e spensierato.

Chi pur di svalutare i problemi è pronto a nasconderli dietro una rumorosa risata.

E’ l’amico che si vorrebbe invitare ovunque, perché fa festa, fa ridere e sa coinvolgere; quello sempre pronto a sdrammatizzare e che agli occhi degli altri appare per questo, leggero.

Eppure, se si potesse andare oltre il suo naso rosso, avventurarsi sotto tutto quel trucco pesante ed arrivargli negli occhi, lo si potrebbe guardare per ciò che davvero è: una persona profonda e potenzialmente piena di gioia, capace di far vedere a tutti le bellezze che si hanno intorno ma che invece di aderirvi, da queste inconsciamente, si separa spinta dal terrore che ha di immergersi pienamente nella vita. E così ha imparato a stare nell’esistenza in punta di piedi, nella sua e in quella degli altri, per offrire e vivere solo la parte che crede essere la più facile, quella superficiale, e che per questo, è incapace di fermarsi. Perché fermarsi vorrebbe dire sprofondare, vorrebbe dire accogliere quei pezzi di sé e dell’esistenza che riconosce ma che ha deciso di non ascoltare e allora si tiene attivo, occupato, rapito, eccitato.

Agrimony è in fuga da se stesso. Piange di nascosto ma si consola rapidamente: ogni emozione la sorvola veloce, senza atterrare, mai. Questo costa fatica e anche un certo impegno, per cui spesso può aiutarsi con farmaci, alcool o droghe.

E’ uno stato che credo possa essere familiare a molti perché è una difesa che può essere adottata, per periodi più o meno lunghi. Il rischio è quello che ad un certo punto in questa difesa ci si possa identificare e quindi vivere in un modo che non ci appartiene, mostrare ciò che non si è fino a sparire nella caricatura che di se stessi si è costruito, tanto da avere difficoltà nel tornare a connettersi con il proprio reale sentire.

Si ha così l’impressione di vivere spaccati a metà.

In questi casi il fiore aiuta a sbloccare le emozioni, per farle salire in superficie e ristabilire con queste un contatto, che sia sincero, che sia scoperto, che sia accogliente e fermo.

Agrimony porta nel giallo dei suoi petali una profumata verità: tutto è luce, ma anche ombra.

Non possiamo vivere l’una senza essere anche l’altra.

Le nostre maschere, le nostre difese, ci proteggono finché non diventiamo ‘grandi’ abbastanza da poter contenere anche le nostre ombre. Allora quando sentiremo sciogliersi il trucco, rimpicciolirsi la palla rossa, arrugginirsi l’impalcatura della nostra rumorosa risata di facciata, sapremo che è giunto il tempo di sfilarci la nostra preziosa maschera, di guardare l’ombra che dietro essa si è sempre nascosta, perché è ora di accoglierla, di conoscerla, di ascoltare ciò che ha da dirci. Solo allora potremmo immergerci nelle profondità delle nostre esistenze, mescolarle con quelle degli altri, leggeri ma anche pesanti, in alto con le mani che accarezzano i mutamenti del cielo ma anche in basso, con i piedi sommersi nell’umido fertile, della terra.

Di questa pianta Bach scrive: “ Sei una persona tormentata, la tua anima non conosce riposo; non riesci a trovare pace, ma affronti coraggiosamente il mondo nascondendo il tormento ai tuoi fratelli: i quali si prendono gioco di te, ridono, ti scherniscono, tengono allegri quelli che ti circondano mentre tu soffri. Cerchi di lenire le tue pene bevendo e prendendo droghe per aiutarti ad affrontare le difficoltà: senti di avere bisogno di qualche stimolante per andare avanti nella vita? Se è così la splendida pianta di Agrimony  che cresce ai lati dei nostri sentieri e nei nostri prati, con lo stelo simile a una chiesa e i semi come campane, ti porterà la pace, quella pace che ‘ va al di là della tua comprensione ‘. La lezione di questa pianta è riuscire a mantenere la pace in tutte le prove e le difficoltà, fino a quando niente avrà più il potere di farti irritare.“

 

 

 

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Chi era Edward Bach?

Medico batteriologo che ad un certo punto della sua vita viene radiato dall’albo dei medici poiché le sue idee, le sue ricerche, le sue affermazioni -secondo la gran parte dei suoi colleghi- non potevano più ritenersi in linea con tale professione. Perché? Quali maree stava seguendo, verso quale riva si stava lasciando condurre? Cosa vedeva?


Bach era gallese e la sua infanzia e parte dell’adolescenza, la trascorse immerso nella terra, a contatto con gli animali, l’erba i fiori … e questo tipo di contatto lo tenne fin da subito collegato alle leggi naturali che egli stesso guardava dispiegarsi giorno dopo giorno nei campi tra foglia, fiore e frutto, animali e vegetali, sole e luna, cielo e terra; notò come tutti svolgessero un ruolo preciso in accordo con qualcosa che, se pure non si vedeva, c’era.

Più tardi e per qualche tempo, fece l’apprendista nella fonderia del padre e lì osservò molto da vicino le malattie che ebbero gli operai e le difficoltà che avevano nel curarsi. Quella piccola parentesi lo portò a chiedersi cosa si potesse fare per aiutare i malati ma anche ad interrogarsi sul rapporto esistente tra la natura umana e la malattia, così decise di iscriversi a medicina.

Gli studi andarono bene e una volta finiti, in poco tempo diventò un medico/ricercatore molto affermato e conosciuto.

Osservando, valutando e accumulando sempre più esperienza, Bach, giunse alla conclusione che a fare la differenza non era tanto il sintomo fisico, quanto l’atteggiamento emotivo e mentale dei pazienti dal quale dipendeva la comparsa della malattia e l’effetto della cura.

Perciò cominciò lui stesso a porsi in modo diverso nei confronti del paziente chiedendosi non ‘con che cosa ho a che fare’ ma ‘chi ho davanti? ’ – quali sono i pensieri di questo essere umano, qual è il suo stato emotivo? Come lo fa sentire essere malato, come si sentiva poco prima di avere questa malattia .. ?

Da questo punto di vista la malattia in sé non aveva importanza, poiché non era quella che doveva essere curata ma il paziente.

Prospettiva questa, che non voleva andare contro la medicina che cura il sintomo sul piano fisico o rinnegarla ma prendere atto del fatto che la sua strada da sola non sarebbe bastata e che spesso e volentieri avrebbe condotto ad un vicolo cieco.

Poiché la malattia, come le sue osservazioni e studi gli avevano dimostrato, non si svolge solo sul piano fisico sul quale si mostra ma coinvolge anche un piano invisibile, fatto di pensiero, di emozioni, di abitudini, di vissuto interiore dell’individuo, passato e presente … gioca quindi la sua partita su due terreni diversi, di conseguenza, la cura, per arrivare ad una guarigione vera e completa, deve imparare a muoversi su entrambi. Anche perché le informazioni e gli indizi più utili sul sintomo giungono proprio dal sentire interiore dell’individuo. Dalla sua visione mentale delle cose.

Appassionato e desideroso di approfondire l’origine prima della malattia e sentendo sempre più profondamente la necessità di avere cura del paziente con e attraverso l’Amore trovò d’intralcio alla sua ricerca e alla sua visione l’ambiente ospedaliero nel quale stava lavorando, così decise di lasciarlo e di dedicarsi all’immunologia.

Poco dopo, nel 1917 gli venne diagnosticato un tumore alla milza in conseguenza del quale gli erano stati dati tre mesi di vita. Notizia che invece di bloccarlo, limitarlo o sconfortarlo, lo stimola a fondersi ancora di più alla fiamma della sua esistenza: quella visione ancora sfocata e senza confini.

Si immerge così anima e corpo nell’unica cosa che sentiva vera e che lo riempiva, irradiando la sua vita. Passarono i tre mesi e oltre ad essere ancora vivo, era completamente guarito.

Continuò con impeto ancora più fluido e deciso, la sua ricerca; la sua stessa malattia lo aveva ispirato e avvicinato ad un sentire ancora più profondo, era diventata parte del suo materiale di studio, rafforzando la credenza che nell’uomo

ci fosse qualcosa di più grande e meraviglioso del proprio corpo, e che avrebbe continuato a vivere dopo la tomba”

Ora che l’uomo sia diviso in due lo sappiamo tutti, se ne scrive su da tempi immemori, ci si filosofeggia, ci si dipinge, ci si costruiscono drammi e commedie … ma Bach ( come anche molti altri prima e dopo di lui ) prende talmente sul serio questa divisione da ricercare proprio qui l’origine della malattia e il potere della guarigione. Quindi questa scissione tra umano e divino comincia a diventare qualcosa che ci riguarda da vicino, non è più relegato al campo religioso o artistico, no, qui stiamo parlando di malattia.

Ed è per questo che ad un certo punto della sua carriera si trova costretto a cancellarsi dall’albo dei medici, perché secondo la maggior parte dei suoi colleghi, le sue ricerche, i suoi risultati, le sue affermazioni non potevano più considerarsi ‘mediche’.

E quando hanno iniziato a sminuire, ridicolizzare le sue ricerche, ad affermare che non fosse un vero medico, lui non si è lasciato intimorire da questo: sapeva che la sua era una strada diversa e non poteva aspettarsi che venisse per forza compresa nei modi e nei tempi presenti, poteva far male, ma non era questo che a lui interessava; si è tolse il camice, si fece chiamare erborista e continuò a camminare verso la sua intima e autentica visione della medicina.

Perché quello che a lui interessava era arrivare alla vera guarigione.

Per Bach era sempre tutto in movimento, non si è mai fossilizzato su niente, nemmeno sulle sue di scoperte.

Su quest’onda si avvicinò moltissimo all’omeopatia, ritrovando nel pensiero del fondatore, Hahnemann, molte delle cose in cui lui stesso credeva e cercava: una medicina più dolce, rispettosa del malato, un’attenzione data all’individuo e non alla malattia, il bisogno di riaccordare mente e spirito e portò anche notevoli contributi a livello di ricerca e di scoperte, sentendosi in qualche modo, a casa.

Eppure nel momento in cui si trovò di fronte alla possibilità di ribaltare non un concetto ma il principio su cui Hahnemann aveva poi costruito l’approccio alla cura della malattia, non esitò a farlo e a esporre e documentare l’altra faccia di ciò che aveva visto.

Nel 1931 tenne una conferenza proprio su questo tema: “ Ritengo che non sia un compito facile, questa sera, introdurvi alla conferenza. Voi siete un’associazione medica, e io vengo a voi come medico: eppure la medicina di cui si desidera parlare è così lontana dai punti di vista ortodossi di oggi, che ci sarà poco in questa dissertazione che risuoni di studio medico, casa di cura o corsia d’ospedale per come li conosciamo attualmente. Se non fosse che voi, come seguaci di Hahnemann, siete già enormemente in anticipo rispetto a quello che predicano gli insegnamenti di Galeno ed esercitano la medicina ortodossa degli ultimi due millenni, si avrebbe del tutto paura a parlarne. Ma l’insegnamento del vostro grande Maestro e dei suoi colleghi ( … ) vi ha fatto procedere così tanto nella strada che conduce alla guarigione, che vi so preparati a seguirmi ulteriormente lungo quel cammino, per vedere altre glorie della perfetta salute e la vera natura della malattia e della terapia. ( … ) L’omeopata ha già fatto a meno abbondantemente degli aspetti inutili e trascurabili della medicina ortodossa, ma egli tuttavia deve andare oltre. Io so che voi desiderate guardare avanti perché né la conoscenza del passato né del presente è sufficiente per colui che aspira alla verità. ( … ) Paracelso e Hahnemann ci insegnarono a non prestare troppa attenzione ai dettegli della malattia ma di curare la personalità, l’uomo interiore, comprendendo che se la nostra natura spirituale e mentale è in armonia, la malattia scompare. ( … ) Hahnemann scoprì che la stessa sostanza che dava origine agli avvelenamenti e ai sintomi della malattia, poteva –in minima quantità- curare quei particolari sintomi, se preparata con il suo speciale metodo. Allora formulò la legge “il simile cura il simile” : un altro grande principio fondamentale della vita. Poi ci lasciò continuare la costruzione del tempio i cui primi piani gli erano stati svelati. E se noi seguiamo questa linea di pensiero, la prima grande deduzione che ricaviamo è, in verità, che la malattia stessa è “il simile curante il simile”, perché la malattia è il risultato di un’attività sbagliata.

Alla base dell’omeopatia c’è questo principio de ‘il simile che cura il simile’ che si è proiettato sul metodo di cura applicato, per cui il manifestarsi di una malattia lo combatto con il veleno della stessa malattia. La domanda che si pone Bach è se questo principio non possa essere applicato alla malattia invece che alla cura.

Improvvisamente una parte del mio corpo, un raggio del sole del mio corpo, decide di non funzionare più secondo le leggi dell’intero ma decide di fare come gli pare, compiendo un’azione che va contro l’unità, l’azione sbagliata.

E Bach ipotizza che la malattia possa essere l’azione sbagliata sul piano materiale che corrisponde all’azione sbagliata sul piano immateriale che io sto compiendo quotidianamente nei confronti di me stessa, degli altri, della vita ma di cui non mi rendo conto e allora è necessario che qualcosa si mostri per farmi vedere dove e cosa sto sbagliando o che almeno mi fermi dal commettere azioni ancora più gravi.

Allora la correzione non basta farla nel corpo ma va fatta nella mente, perché l’azione sbagliata non parte dal corpo ma dalle mie convinzioni, abitudini, relazioni, emozioni, pensieri ..

Cioè io non posso pretendere che alla mia visione della vita come una condanna, un’ingiustizia, un peso, una noia, il mio corpo possa rispondere con uno stato di gioia e di salute, si vestirà della mia visione e se la mia visione è malata il mio corpo sarà malato.

E questo è molto importante perché restituisce una dignità, lascia intravedere un senso in quello che accade e che ci fa paura, ci fa vedere la malattia come qualcosa di cui noi per primi siamo responsabili non è una punizione è il risultato delle mie azioni e così come le ho sbagliate le posso correggere. Se veramente lo voglio.

Perché poi Bach non ci andava molto sul leggero, per lui la malattia rappresentava un’azione da correggere e quindi una lezione da imparare che avrebbe fatto bene al nostro spirito, tanto che un giorno scrisse ‘meglio perdere un corpo che perdere una lezione’

Un’altra intuizione molto bella di cui Bach parla durante la conferenza riguarda il modo in cui prendersi cura della malattia: se non è il simile che cura la malattia, cosa potrà essere? Così prosegue con una frase che a me piace tanto “ ( … ) Vieni un po’ oltre il lungo cammino “ e dice “ E’ vero che l’odio può essere superato da un odio più grande, ma può essere curato solo dall’amore; la crudeltà può essere ostacolata da una crudeltà più grande, ma è eliminata solamente quando si sono sviluppate le qualità di simpatia e compassione; una paura può essere sconfitta e dimenticata in presenza di una paura più grande, ma la vera cura di ogni paura è il perfetto coraggio. ( … ) Di conseguenza è fondamentalmente sbagliato dire che “il simile cura il simile” ; Hahnemann aveva una concezione della verità abbastanza giusta ma la espresse in modo incompleto. Il simile può combattere il simile, il simile può respingere il simile, ma nel caso della vera guarigione il simile non può curare il simile. Se voi ascoltate gli insegnamenti di Krishna, Buddha o Cristo troverete sempre che gli insegnamenti del bene superano il male. ( … ) E così nella vera guarigione e così nel progresso spirituale noi dobbiamo sempre cercare di far sì che il bene scacci il male, l’amore superi l’odio, la luce dissolva il buio.”

E da qui, arriviamo ai famosi fiori di Bach. Perché come si comprende da quello che ha scritto Bach, ma anche da quello che da sempre si scrive sulla vita e sull’essere umano, nell’uomo esiste il bene ed esiste il male, esiste la paura ed esiste il coraggio, l’amore e l’odio, la preghiera e la supplica, l’entusiasmo e la depressione … e la nostra crescita sta nella quotidiana possibilità di scegliere dove stare, chi essere, chi ascoltare, quale emozione, pensiero nutrire.

Questo è il cammino, questo è il percorso che inevitabilmente ci mette di fronte a delle prove in cui la nostra personalità potrebbe portarci ad allontanarci dalla conoscenza della nostra anima, aumentando la paura, l’orgoglio, la rabbia, la sottomissione, l’incertezza, lo sconforto, la dipendenza .. e da questi stati mentali ed emotivi nascerà la malattia.

Allora è bene sapere, dice Bach, che in quei momenti potremmo contare sull’aiuto di 38 magnifici fiori che hanno nei loro principi, nella loro essenza, le virtù che noi stessi abbiamo dentro di noi, ma di cui spesso non ci ricordiamo o dalle quali ci allontaniamo troppo, accrescendo il difetto opposto. Ogni fiore contiene il ricordo di quel sentimento elevato, che può riportarci ad uno stato di amore, di pace, di serenità, agganciandoci alla virtù che già abbiamo in noi, e con una mente pulita e tranquilla sarà più semplice il cammino.

Ci sono diversi racconti sul modo in cui Bach durante gli anni trovò i vari fiori, non fu una passeggiata e per ogni fiore ebbe una crisi emotiva, mentale, fisica e quando entrava in questo stato andava nei campi a ricercare il fiore la cui risonanza avrebbe stemperato quel particolare stato, riportando l’equilibrio e quindi l’armonia.

Aveva ovviamente un sensibilità molto spiccata,( di cui lui però si prese cura) e in questo modo, attraverso se stesso e ciò che sperimentava, si immerse nelle profondità della natura umana, sapendone poi riconoscere i meccanismi, gli schemi e le distorsioni mentali.

Era certo che nella natura ci fossero erbe semplici e innocue, che potessero aiutare e sostenere l’essere umano nel suo cammino sulla terra, fiori e piante che conoscessero le tentazioni umane e che per questo contenessero in sé stesse non lo stesso veleno, ma l’antidoto, la virtù opposta.

E questa lui la considerava un’immensa forma e prova d’amore nei confronti dell’uomo da parte del Creatore. Qualcosa di bello e profumato messo lì apposta per dirci ‘non siete soli’.
E’ bene però precisare una cosa: i fiori non guariscono chi non vuole guarire. Le loro essenze agiscono in profondità ed entrano in contatto con la dimensione mentale ed emotiva per svelare la verità, la legge che si sta infrangendo, l’azione sbagliata che si sta compiendo. La mostrano, ma poi sta all’individuo scegliere cosa fare di quell’azione, di quel pensiero, di quell’abitudine, di quella relazione …

Ecco perché la Floriterapia non è solo un sistema di fiori, è una visione e per Bach era fondamentale parlare di quella visione al malato, introdurlo in uno stato di sempre maggiore consapevolezza, soprattutto per cercare di ridimensionare la paura; lasciava che il paziente raccontasse della malattia, della sua visione della vita perché “ciò che dovrà interessare il medico sarà conoscere quale aspetto dell’amore il paziente sta sviluppando in modo sbagliato” e ancora:

La vittoria sulla malattia dipenderà perciò, dalla presa di coscienza, da parte dell’umanità, della verità delle leggi inalterabili che regolano l’Universo e dal conformarsi con umiltà e obbedienza a quelle leggi, conquistando la pace interiore e, con essa, la vera gioia e felicità di vivere. Il ruolo del medico consisterà nell’aiutare ogni malato a conoscere questa verità. Inoltre, egli dovrà indicargli i mezzi attraverso i quali potrà ritrovare l’armonia, infondergli la fede nella sua Divinità, con la quale sarà in grado di superare ogni prova e, INFINE, di prescrivergli quei rimedi naturali che, armonizzandone la personalità, guariranno anche il corpo.”

Prendere coscienza vuol dire liberarsi dalla paura ed è fondamentale.

Ho conosciuto una vecchietta del Messico, dolce, severa e sensualissima che dice che – esistono due modi per vivere la vita : uno è per paura, l’altro è per amore. –

La guarigione non sta nei fiori di Bach, come non sta nelle sale operatorie, la guarigione sta nel prendere finalmente atto e consapevolezza, di essere quotidianamente posti di fronte a questa scelta e che la nostra vita ne è il conseguente risultato.