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Dietro la Floriterapia

Dal modo in cui Edward Bach scrive e racconta di questo metodo, di questo dono, si può cogliere tutto l’amore che in esso egli ha trovato e che ha voluto diffondere, come meglio ha potuto.

Dietro la Floriterapia c’è una rete infinita che passa per i fiori, l’ acqua, la terra, il vento e il sole del cosmo, come per il corpo, il sangue, la mente e l’anima della gente.

Bach in questa scoperta trovò la conferma del contatto che esiste fra uomo e natura, approfondì quello tra mente e corpo, diede luce al rapporto tra anima e personalità e voce a quello insito tra emozione e malattia. Espanse i confini di ogni singolo individuo e ridefinì quelli tra terapista e paziente. E’ importante sottolinearle queste cose perché in genere i Fiori di Bach vengono associati esclusivamente allo stress e al rilassamento, quando in realtà dietro, c’è molto di più.

Possono essere guide preziose per i luoghi più profondi di ogni essere vivente, quelli dimenticati, quelli schiacciati, quelli innalzati così eccessivamente da essere irraggiungibili persino per se stessi. .

Io li considero canti silenziosi, attraverso i quali si può ascoltare, riscoprire e comprendere le note del proprio ‘sentire’, la melodia dei propri pensieri, affinando i sensi e il senso di sé.

Dietro la Floriterapia non ci sono solo i Fiori, c’è una visione sottile ma potente, discreta ma ammaliante che nell’intreccio esatto di fili sottili, accorcia le distanze fra ciò che è latente e ciò che è evidente. Come fa il ragno che tutto collega quando con i fili vibranti e quasi trasparenti generati dal ventre, tesse nelle ragnatele le sue forme perfette.

 

Arte di Alice Alfonsi

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Fiori di Bach: una chiamata d’amore

Rivolgersi ai fiori è una chiamata d’amore.

Un gesto di affetto verso se stess* e di fiducia nella natura.

Le nostre emozioni non sono fisse ma oscillano, ruotano, si scambiano di posto, si accentuano oppure assopiscono in relazione al mondo esterno, agli eventi, ai cicli fisici dei nostri corpi, alla relazione che abbiamo con noi stessi, con gli altri e con l’universo.

Edward Bach intuì qualcosa di incredibile ovvero che in tutti quei momenti in cui ci sentiamo abbandonati, sconsolati, disperati, confusi, distanti, arrabbiati, incapaci, soggiogati da vortici di pensieri non più gestibili, in tutti questi casi e in molti altri non siamo soli perché a vegliare su di noi ci sono trentotto amorevoli fiori.

Questi offrono il loro aiuto sottoforma di vibrazione, come fosse un canto silenzioso che esorta e accompagna a ritrovare la strada che conduce all’emozione dimenticata, e di cui in quel momento si ha bisogno.

Parlare di emozioni non è semplice come sembra perché anche se appartengono ad un linguaggio universale non lo sappiamo più parlare. Assumere i fiori può riaprire un dialogo con se stessi e con la Natura intesa anche come Voce Divina.

Tutto avviene in modo delicato ma costante e deciso e la relazione con il fiore non si svolge partendo dal piano fisico ma da quello energetico ( eterico ) quindi nella nostra sfumatura di invisibile che vive e ci appartiene e anzi da forma alla nostra consistenza fisica.

( continua … )

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8.Chicory, Cicoria Selvatica, Cicorium Intybus, Famiglia delle Composite

E’ una pianta che cresce ai margini dei terreni coltivati e dei campi di grano, le cui foglie sono commestibili per l’uomo. La particolarità della Cicoria è che i suoi rami e le sue radici, sono vuoti. In genere è dalla radice centrale che crescono poi tutte le altre piantine che circondano la ‘madre’, la quale può arrivare anche ad un metro di altezza e che come ogni buona mamma controlla tutto dall’alto.

Allo stato selvaggio la Cicoria non fa crescere nessun altro tipo di pianta intorno a sé, nemmeno quella cattiva.

I fiori sono di un colore azzurro tendente all’indaco per questo li si collega alla religiosità, come all’amore spirituale.

Ed è infatti questo un Fiore che ci porta a parlare di amore, di vuoto e di solitudine.

Chi ha bisogno di questa Essenza porta con sé un immenso vuoto interiore, quindi una notevole carenza affettiva che si mostra come paura della solitudine, a cui si cerca di porre rimedio attraverso un’intensa ed incessante richiesta di amore ed attenzione.

Sulla base di questi meccanismi interiori, la persona risulta avere una bassissima autostima, così per sopravvivere, trova il suo particolare modo di relazionarsi con il mondo costruendosi un personaggio la cui missione è quella di essere d’aiuto agli altri.

Chicory si rende – perché così ha bisogno di sentirsi- INDISPENSABILE.

Convinto del fatto che finché qualcuno avrà bisogno di lui, non resterà mai solo.

Eppure, quando non si ha voglia ma bisogno di amare e di aiutare, inevitabilmente si aiuta e si ama in maniera distorta, confusa, sporca … perché verso l’altro non ci spinge un amore puro e incondizionato, ma un amore calcolato e condizionato.

Chicory confonde i suoi gesti di paura, per amore tanto da arrivare a soffocare chi gli sta intorno.

Vuole avere tutto sotto controllo in modo da conoscere perfettamente in ogni istante il suo ruolo nelle vite degli altri, dimenticandosi della propria. In questo modo l’amore diventa egoismo, controllo, invadenza, ricatto:

“Io ti ho dato, quindi tu mi DEVI dare.”

Il suo bisogno di essere riconosciuto spesso lo porta ad essere autoritario, severo, prepotente -guai a chi non accetta i suoi consigli! In fondo sta facendo tutto questo per te! Ed è così che lo ringrazi?- Ha imparato a tenere le persone legate a sé per mezzo del senso di colpa che in loro suscita.

Purtroppo la poca -o quasi assente- introspezione non gli consente di vedere le cose nella giusta prospettiva, quindi sarà difficile per lui sentirsi davvero amato, perché sempre sull’attenti a valutare ogni azione, ogni baratto, convinto di dare dieci dove in realtà dà due e di ricevere due dove invece riceve dieci.

La fame di amore e di attenzione lo tengono in un moto continuo e in uno stato d’ansia che lo rende aggressivo ed impaziente e non gli lasciano il tempo per fermarsi a respirare l’amore e l’attenzione, veri, che magari già ha ma che non si concede di vedere.

Il Fiore allora, aiuta a trasformare quel bisogno di amare in voglia di amare in maniera incondizionata, perché queste persone ne sono capaci, sono dotate di quell’amore puro e voglioso di prendersi cura degli altri proprio come la ‘mamma Cicoria’ con le sue piantine, ma prima devono imparare ad amare loro stessi, ad amare il vuoto che si portano dentro e che se fino ad ora li ha bloccati, adesso li può liberare.

Per capire così che amare vuol dire saper lasciare andare, non trattenere, non controllare, non ricattare. Semplicemente, amare. Ed è forse questa la lezione più importante che siamo venuti ad imparare.

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7 Chestnut Bud, Gemme di Ippocastano, Aesculus Hippocastanum, Famiglia delle Ippocastanacee

Il nome di questo albero si lega a quello del cavallo, la cui forma dei ferri che portano agli zoccoli la si può ritrovare nei segni particolari che le foglie, una volta cadute, lasciano sui rami dell’Ippocastano mentre le estremità, da dove escono fuori le gemme, ricordano la forma dei loro zoccoli.

E’ importante sottolineare che in questo caso non vengono usati i fiori dell’albero ma proprio le gemme.

La gemma porta dentro di sé il progetto e la potenzialità del fiore e di conseguenza della pianta.

Il fiore nascerà a nuova vita sulla base delle ‘vecchie’ e già conosciute informazioni apprese dall’albero stesso e, attraverso quel misto di nuovo e vecchio, la pianta potrà poi riprodursi e dare vita ad una nuova vita.

Tutto parte, quindi, dalla gemma che ha in sé le energie che stanno per sbocciare e che deve essere in grado di saper mescolare alle cose apprese dal vecchio e a quelle legate al nuovo, per dare origine a quel qualcosa che in sé, in potenza, già possiede.

 E’ difficile gestire il passato. C’è chi ci resta troppo legato e chi invece preferisce cancellarlo.

A noi adesso interessa questa seconda modalità di reazione. Si può essere distaccati, assenti dal presente come anche dai propri ricordi, dalle proprie esperienze. Magari perché si è sofferto troppo e ricordare fa male oppure perché non ci si vuole porre certe domande le cui risposte sono troppo in fondo da qualche parte dentro noi e di scavare ancora non ce la sentiamo.

Allora archiviamo: ‘non è mai successo’. E se all’inizio ci si sforza di avere questo determinato tipo di pensiero, con il tempo diventa poi automatico e tutto quello che viviamo subito lo resettiamo, ci accarezza solo in superficie perché noi nel frattempo siamo distratti, mai presenti, mai attenti a ciò che diciamo, ascoltiamo, facciamo.

Decidiamo in base a degli input più o meno familiari e reagiamo di conseguenza.

Forse a volte nel cervello una vocina sembra dirci una frase del tipo ‘ma possibile che sempre a me queste cose debbano accadere?’ oppure ‘ma possibile che lo abbia fatto ancora?’ poi però si resetta e si continua a vagare nella propria vita e in quella degli altri. Senza un punto di riferimento né dentro né fuori noi, andiamo dove vanno i venti, vecchi o nuovi, non ci interessa, ci lasciamo plasmare e ogni volta, dimentichiamo, il viaggio, il volo, il vento, l’atterraggio …

In questo modo però – che è sempre e comunque un modo per difendersi- non apprendiamo nessuna lezione, non impariamo dagli errori e nemmeno dalle cose belle, perché non facciamo esperienza di niente.

E paradossalmente finché non impareremo ciò che dobbiamo imparare vivremo sempre le stesse situazioni ma non ne avremmo mai pienamente coscienza se non quando decideremo di tornare presenti, di agganciarci alla nostra vita, alle nostre radici. Allora avremo la sensazione di aver vissuto un copione, di aver recitato sempre la stessa parte, con diverse sfumature magari, ma sempre con passività e zero intensità e ci ritroveremo senza materiale con il quale confrontarci e costruire qualcosa.

Perché è vero che il passato non esiste, come non esiste il futuro, visto che esiste solo l’istante presente ma è anche vero che noi siamo il risultato di ciò che abbiamo vissuto fino ad oggi, di quello che abbiamo deciso di tenere, di quello che abbiamo trasformato, di quello che abbiamo lasciato andare, di tutto ciò che vivendo in consapevolezza è rimasto nel nostro cuore come informazione di quella che è stata la nostra storia passata e che sarà preziosa per costruire la nostra storia nuova, presente e soprattutto per non ripetere la vecchia.

Non possiamo cancellare ciò che siamo stati, però possiamo imparare.

Ma prima di tutto per fare questo, dobbiamo essere, dobbiamo conoscere il nostro passato.

La gemma dell’Ippocastano ci mette un anno prima di aprirsi e in tutto quel tempo non fa altro che respirare e vivere quello che al momento dell’apertura diventerà il passato dell’albero su cui si trova e da quel vissuto ricaverà l’informazione ‘vecchia’ fondamentale per dar vita all’albero nuovo che tramite essa nascerà.

Il Fiore numero 7 incoraggia proprio chi ha bisogno di confrontarsi con il proprio passato, con il proprio vissuto mai considerato e a bloccarne così la ripetitività. A fare tesoro delle cose belle o brutte che gli sono accadute per affrontarne con interesse, presenza e fiducia di nuove. Potrà così cogliere tutti gli aspetti della vita in generale e della sua in particolare, che fino a quel momento gli sfuggivano perché troppo occupato a separarsene e a distrarsi, così da farsi cogliere sempre impreparato.

Inizierà a sentire le sue radici sapendo che non gli impediranno di crescere, né lo obbligheranno a stare fermo ma anzi lo aiuteranno ad elevarsi e farsi trasportare nelle varie direzioni dei venti, senza annullarsi in essi, perché in ogni momento, anche se in continua trasformazione saprà chi è, e allora della vita farà serenamente esperienza senza più sottrarsi ad essa. 

 

 

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6. Cherry Plum, Ciliegio Selvatico, Prunus Cerasifera, Famiglia delle Rosacee

Sotto certi aspetti è questo un albero che potrebbe apparire ambiguo: il Ciliegio Selvatico infatti fiorisce all’inizio di marzo quando il clima è ancora freddo, regalando un’anticipazione di primavera e quindi di gioia, di rinascita e serenità a chi lo guarda, attraverso i suoi bellissimi e delicati fiori bianchi. I quali però, fiorendo in anticipo, sono condannati dall’albero stesso, a crescere in maniera forzata e a patire così le rimanenze del buio e del freddo invernale.

C’ è chi dice che il Ciliegio Selvatico ad un certo punto perda il controllo proprio per fiorire fuori stagione.

 

La parola chiave per descrivere questo Fiore è proprio controllo.

Siamo esseri umani, ma prima di tutto siamo animali fatti di istinti, di percezioni, di pulsioni che invece di conoscere, allontaniamo perché ci fanno paura, perché ci hanno detto che certe cose non vanno espresse, ma represse non essendo pulite, socialmente accettate, ben viste … Allora ci si adegua ad una forma pensiero comune, ad un comportamento predefinito, impacchettato e imbellettato, che diventerà la nostra impersonale e pulitissima prigione.

Alla fine ci si adatta al mondo là fuori così come ce lo hanno presentato ma ci si sente sempre più inadatti al mondo dentro di noi al quale nessuno ci ha mai presentati.

Mentre lo spazio nella nostra prigione si fa sempre più piccolo, perché si comincia ad essere in tanti: c’è l’io controllato che si rapporta con i vari componenti della famiglia, quello che trattiene tutto e dà il massimo durante l’orario di lavoro, quello comprensivo e servizievole con il proprio compagno/a, quello paziente con i propri figli/ genitori, quello accondiscendete con la società, quello che trattiene e tiene a bada qualunque tipo di pensiero che non sia conforme all’immagine di questi vari ‘se stesso’ che si è creato. Per un po’ potrebbe anche funzionare.

Ma ad un certo punto, qualche ‘io’ in qualcuna delle sue infinite parti, comincia ad andare fuori controllo, a pensare cose, a fantasticarne altre non più in linea con le precedenti. Inizia a crearsi un certo disordine fra tutti gli ‘io’ creati e addestrati, per cui meccanicamente si fa quello che si è sempre fatto ma rivoluzionariamente ci si sorprende a pensare l’impensabile! Così l’io che appare sorridente verso i famigliari, in realtà sta pensando che li odia, che per un po’ non li vorrebbe più vedere, quello sicuro di sé e tutto d’un pezzo al lavoro sta pensando che forse quello che fa non basta, che il suo massimo sarà sempre il minimo rispetto agli altri e si sente piccolo piccolo e quello che adesso fa sì con la testa al proprio compagno/a in silenzio in realtà vorrebbe gridargli contro e forse spaccargli una bottiglia in testa semplicemente perché ‘non ce la fa più’, quello paziente con i propri genitori/figli sta pensando a quanto sia impaziente di dargli uno schiaffo … impazienza, odio, insicurezza, parole brutte … no! Tutto questo non è ammesso, nessuno può permettersi di provarlo, dobbiamo essere tutti buoni, tutti gentili, tutti forti e dare a chiunque ciò che quel chiunque si aspetta da noi.

Ce la si riesce a cavare per un po’ anche in questo disordine più totale dove tutti gli ‘io’ paralleli si muovono e si mischiano sempre più in fretta, eppure riusciamo ancora a mantenere un minimo di ordine apparente: la nostra casa è sempre pulita, i cassetti sono ordinati, i calzini sono in fila per colore, ogni barattolo ha la sua etichetta e sono messi in ordine alfabetico dentro la credenza, non accumuliamo niente, buttiamo tutto, seguiamo dei ritmi e delle abitudini precise … Eppure da un po’, basta una parolina messa male, uno sbuffo un pochino più accentuato, uno sguardo leggermente storto a scatenare in noi reazioni spropositate, che possono andare dagli scatti d’ira, alle crisi di pianto, allo sbattere i pugni e la testa al muro, al serrare le mascelle, ad aumentare la salivazione, ad avere una crisi di nervi per quello che ci dicono essere un ‘nonnulla’.

Che cosa ci succede? Forse in realtà siamo persone cattive, che hanno provato con tutte le loro forze ad essere buone ma non ci sono riuscite. Ci vergogniamo di noi stessi e ad un certo punto magari ci sottomettiamo pure a questa nuova versione di noi, illudendoci di aver imparato ad usarla a nostro favore. Eppure qualcosa continua a sfuggirci, la nostra mente sembra sovraccarica e potrebbe esplodere da un momento all’altro concretizzando i pensieri negli atti e nei gesti più estremi. Cominciamo a farci paura. Ci sembra di non avere più il controllo di noi.

La cosa atroce ma allo stesso tempo preziosa di questo stato mentale è che ne si è consapevoli, ci si rende conto di ciò che si pensa ma si ha il terrore di non sapervi porre un freno. Eppure quell’averne coscienza, che ci devasta è anche la chiave che serve per aprire la prigione, senza scoppiare senza rompere le sbarre, senza distruggerla: non stiamo evadendo, ci stiamo guadagnando la libertà.

A questo stato, ognuno ci arriva a modo suo e a livelli diversi di intensità, oppure c’è chi non ci arriva, dipende dalle esperienze, dai meccanismi di difesa, dalla personalità e dall’anima di ogni individuo. Ma è comunque un punto limite che si raggiunge perché deve essere integrato e trasformato, per conoscere meglio se stessi, i propri lati bui e quelli pieni di luce.

Reprimendo i pensieri, i sentire che non ci piacciono non facciamo altro che dargli forza e allo stesso tempo, la togliamo a quelli positivi che vengono solo recitati e non davvero considerati e quindi espressi. Finché ad un certo punto perdiamo il controllo di entrambi e allora potremmo smarrirci, per abbandonarci all’ascolto sincero ed entrare dentro noi a stringerci la mano, a presentarci.

Guardando il buio lo si conosce, e si perde il bisogno ossessivo di controllarlo, a quel punto con la stessa intensità comincerà a splendere la luce, anche lei, per lasciarsi conoscere.

Come l’albero, si lascia andare, perde il controllo e fiorisce quando ancora è freddo in modo tale da portare una nuova luce, un nuovo profumo di primavera ancor prima che finisca l’inverno, così il Fiore aiuta ad abbandonare le difese eccessive, a rilassarsi e a illuminare un piccolo punto nel pieno buio del nostro sé, ad avere fiducia nella luce ancor prima di vederla, a donare i primi fiori bianchi alle nostre paure come anticipazione della nostra liberazione, come fa il Ciliegio che coraggiosamente ogni anno, dona i suoi fiori primaverili alle piogge e ai venti di fine inverno.

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5.Cerato – Piombaggine, Ceratostigma Wilmottiana, Famiglia delle Plumbaginacee-

E’ un piccolo albero dalle origini incerte: alcuni dicono sia stato importato dalla Cina, altri lo fanno risalire al Tibet, cosa che genera una certa confusione, rafforzata dal fatto che Bach inizialmente, decise di usare solo piante selvatiche mentre questa è una pianta che, importata dall’estremo oriente, viene coltivata in Europa a scopo ornamentale. Si ipotizza quindi che l’intenzione di Bach fosse quella di sostituirla successivamente con un altro fiore, ma per motivi di tempo -o altro- alla fine non lo ha più fatto.

La questione resta quindi aperta ed incerta, ma non a caso -probabilmente- visto che proprio Cerato è conosciuto come il Fiore dell’incertezza.

In più questo tipo di pianta al contrario dei fiori del suo genere, manca di aroma.

E’ un Fiore fragile le cui foglie risultano così appiccicose da aderire ai tessuti.

Bach sottolinea più volte nei suoi scritti quanto i Fiori siano utili nel riconnettere l’anima alla personalità e quindi a prendere coscienza e confidenza con il proprio sé interiore, quella vocina, quella sensazione, quell’intuizione che in un modo o nell’altro ci guida.

Gli effetti più o meno accentuati di questo distacco possono manifestarsi in svariati modi, sulla base delle più diverse emozioni e stati mentali. Cerato è il Fiore di chi, in conseguenza di questo distacco,  non riesce più a percepire un suo ‘centro interno’ un punto nel quale sostare per ascoltarsi e sentire ciò che davvero vuole e desidera per se stesso;  così, proietta tutti piccoli ‘centri’ al proprio esterno che si accendono e si spengono nelle voci e nelle opinioni altrui.

Ritrovandosi perso, confuso e smarrito tra la folla di informazioni che con una certa fame e agitazione va cercando in chiunque e ovunque. La sua personalità vaga, alla ricerca di altre su cui plasmarsi.

E’ molto influenzabile, si lascia condizionare dagli altri e dal mondo esterno in generale, perché non si fida del proprio pensiero. Cambia spesso idea e risulta impacciato e piagnucoloso. La sua è una volontà debole, che vacilla al primo dubbio, agisce ma sempre in base a ciò che prima si è fatto consigliare e spesso andando anche contro se stesso, facendo il contrario di ciò che davvero avrebbe voluto fare o comunque nella maniera opposta rispetto a quella che si sentiva di adottare.

Si mette, sì in gioco, ma sempre a metà e sempre in base a ciò che gli dicono di fare.

In verità queste sono persone dotate di una grande saggezza interiore che sgorga dal loro interno così, naturalmente, ma per qualche motivo la loro altrettanto innata insicurezza li porta a non prestare ascolto a ciò che davvero sentono, non prendendosi loro per primi in considerazione. O almeno, mai abbastanza.

E’ un atteggiamento che nasconde anche una non voglia di responsabilità:

“ ho fatto questo ed è andata male o bene, ma in fondo è stato ‘tizio’ a dirmi di fare così.”

Si affidano, per pigrizia, per paura, per insicurezza, mantenendo quell’atteggiamento infantile che li caratterizza.

Non si sforzano nemmeno di creare una maschera, o un personaggio che nasconda o mascheri le loro debolezze, semplicemente ne parlano fino allo stremo per avere l’incoraggiamento, la dritta, la scossa o la direzione che da soli, non sono capaci di darsi.

Il Fiore li avvicina al loro sé, accompagnandoli piano piano verso il proprio centro per ascoltarsi, per tornare ad avere fiducia in ciò che sentono ed essere così in grado, tra le mille informazioni ricevute, di saper scegliere liberamente e in piena coscienza quelle che più gli si avvicinano e, nel caso in cui non ci fossero, di saperle creare, in linea ed in armonia con quello che vibra nel loro interno e rapportarsi in maniera attiva con l’esterno. Senza più subirlo.

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4. Centaury – Cacciafebbre, Centaurium Umbellatum, Famiglia delle Gentianacee-

I fiori di questa pianta sono meravigliosi. Con i loro cinque petali ricordano la forma delle stelle, tanto piccoli quanto perfetti, tanto perfetti quanto fragili, delicati. Sembrano fare di tutto per non farsi vedere, crescono infatti nascosti dall’erba e dalle piante più grandi e più alte.

E’ forse la loro una bellezza obiettiva ma che incontra solo l’occhio dell’attento osservatore, di chi sa dove e cosa cercare.

E’ questo il fiore di chi cerca se stesso nell’ombra degli altri. Di chi ha una grandissima capacità di dare ma, se a questa si accompagna una forte insicurezza, invece che ad uno spontaneo donare porta ad una forzata e calcolata sottomissione.

Per cui la persona, non considerandosi in nessun senso degna o meritevole di qualcosa si adopera per gli altri, in modo tale che questi, per i suoi modi educati, gentili e disponibili, possano lodarla, riconoscerla, guardarla e farla sentire viva. Tutte le sue energie sono quindi investite al di fuori di sé, in questo modo alla persona verrà restituito solo il debole riflesso di ciò che realmente ha dentro. Calma e tranquilla, appare felice di aiutare, di darsi da fare, tanto da sparire nelle vite degli altri piuttosto che occuparsi della sua, che per paura o per scarsa autostima, non ha il coraggio di vivere pienamente.

Questo continuo ‘dare’ alla fine la svuota, la innervosisce, tanto da aspettarsi ad un certo punto, qualcosa in cambio, che la riempia e che puntualmente non arriva, continuando però nel frattempo, a regalare dei timorosi ‘si’ invece di liberare i primi ‘no’: non si può permettere, infatti, di perdere l’amore e l’attenzione degli altri, altrimenti che fine farebbe?

Come faranno gli altri ad accorgersi di lei, a tenerla in considerazione se non continua a dire ‘si’? 

Se solo il “tipo Centaury” si accorgesse lui per primo, lui solo, di se stesso ah, allora si! Non avrebbe più bisogno di nessuna ombra se non della sua. Potrebbe donare tenendo comunque in considerazione se stesso, non lasciando che i suoi confini si mischino con quelli degli altri, rispettandoli.

L’amore infinito che ha da dare allora finalmente comincerebbe a circolare, da dentro a fuori, senza ristagnare in qualche luogo o falso nome.

Il fiore aiuta a guardarsi non più attraverso gli occhi di chi ci guarda ma attraverso i propri. Che è uno dei regali più belli che possiamo farci. Aiuta chi ne ha bisogno a riconoscere un nuovo tipo di amore e di scambio.

Inizialmente, ad un primo cambio di prospettiva, si potrebbe avere la sensazione di essere stati ingiustamente sfruttati da tutti e sentirsi per questo frustrati, demoralizzati, arrabbiati.

In questi casi è bene ricordare che la modalità di comportamento fino a questo momento adottata è stata la nostra, quindi se qualcosa in noi, ci diceva che avremmo potuto assicurarci l’amore solo attraverso l’eccessiva disponibilità e l’esasperato servilismo è ovvio che avremmo innescato e attirato dei comportamenti negli altri che rispondevano esattamente a quello in cui credevamo e domandavamo, perciò sta a noi riequilibrare la modalità, prima di tutto al nostro interno, poi l’esterno risponderà di conseguenza.

Le persone pronte a relazionarsi con una nuova modalità resteranno, chi non sarà pronto si allontanerà, e noi dovremmo lasciarle andare senza rancore e senza prenderla sul personale (sicuramente anche grazie a quelle persone abbiamo potuto accorgerci di certi nostri atteggiamenti e comportamenti, una volta messi in evidenza) e preparaci ad accogliere tutto ciò che di nuovo ed in linea con la presa di coscienza del nostro -essere- nella nostra vita, attireremo.

Brillando dall’interno di luce propria e non più riflessa, il fuori non potrà fare altro che abbagliarci di nuova luce e amore vero.

Di questo Fiore Bach dice: “Sei una di quelle persone che si fa usare da tutti, perché nella gentilezza del tuo cuore non ti piace rifiutare nulla: cedi per amore della pace, invece di fare ciò che sai essere giusto, perché non ti piace lottare: le tue ragioni sono valide ma ti fai usare passivamente invece di scegliere il tuo lavoro. Coloro tra voi che sono degli zerbini avranno fatto molti progressi sulla strada del servizio agli altri quando potrete comprendere che dovete essere un po’ più positivi nella vostra vita. Centaury, che cresce nei nostri pascoli, ti aiuterà a trovare il tuo vero io, in modo che potrai diventare un lavoratore positivo e attivo, anziché un agente passivo.”

 

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3. Beech – Faggio, Fagus Selvatica, Famiglia delle Fagacee-

A prima vista il Faggio è un albero maestoso, elegante, dalla corteccia perfettamente liscia, le foglie sottili e di colore verde scuro. In genere, questi alberi, crescono in gruppi disponendosi particolarmente vicini gli uni agli altri, rendendo così impossibile alle piante più piccoline di fiorire e sopravvivere in quello spazio, perché con le loro imponenti chiome non permettono ai raggi del sole di passare e raggiungerle.

Oltre ad essere un albero maestoso quindi, sembra anche in grado di affermarsi con una certa prepotenza. In realtà dietro tutta quella ostentata perfezione, si nasconde una profonda debolezza.

Il Faggio ha infatti delle radici molto corte tanto da poter essere abbattuto facilmente dal vento.

I tipi Beech sono quelle persone che dopo anni e anni di sofisticate e puntigliose tecniche hanno imparato a trarre la loro forza dalle cose negative piuttosto che da quelle positive. Questo, le rende distaccate a livello emozionale e pronte a schermarsi dietro un’immagine costruita di se stessi.

L’immagine di chi è disilluso e non si fa problemi a nasconderlo, anzi si sente forte nel momento in cui riesce a dimostrare la sua verità, di chi sa tante cose ed è attraverso quel ‘sapere’ che ha deciso di guadagnarsi l’affetto ed il rispetto della gente, facendosi trovare sempre pronto, sempre attento ed informato.

Tutti sanno ciò che sa, nessuno sa ciò che pensa.

Alla fine questa tattica crea stress: apparentemente sembra fregarsene del giudizio degli altri, presentandosi come quello schivo, freddo, ma allo stesso tempo intrigante, misterioso. Sembra non si vergogni ad essere brutale a volte nei giudizi, nelle critiche  e nel sottolineare l’aspetto negativo delle cose, eppure proprio perché  giudica e critica così tanto, lui stesso ha il terrore ed è incapace di accettare di essere giudicato e criticato.

Ci tiene allora a mostrarsi sempre perfetto, non lasciandosene passare nemmeno una.

Questo lo obbliga a stare sempre sulla difensiva. Ecco perché gli basta un niente per esplodere, urlare e litigare.

E’ sempre apparentemente sul piede di guerra con il mondo, ma in realtà lo è con se stesso.

Pieno di rabbia, entra facilmente in collera. E’ un tipo perennemente teso, non in grado di rilassarsi.

Ma al di là di quell’artefatta perfezione e durezza, grida una genuina e benedetta debolezza. Quella di chi ha bisogno di sentirsi amato per ciò che è, di chi ha voglia di ricominciare a colorare un mondo che è stato grigio per troppo tempo, ma che spesso è troppo orgoglioso e spaventato per ammetterlo, per chiederlo, per permetterselo.

Il fiore incoraggia a sgretolare il giudizio, ad aprirsi alle prime sfumature di colore, a considerarle.

Riavvicina alle persone guardandole senza critica, riavvicina a se stessi e permette di diffondere nel mondo un sapere privo di arroganza e prepotenza, ma pieno di comprensione e voglia di conoscere. Queste persone infatti sono degli attenti osservatori con delle menti molto attive e preziose che possono dare molto se solo cominciassero ad imparare a ricevere e ad accogliere senza il terrore di essere feriti.

 

 

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2. ASPEN – Pioppo, Populus Tremula, Famiglia delle Salicacee –

Il Pioppo Tremulo ha una particolare caratteristica, quella di scuotersi, di tremare anche ad un minimo soffio di vento, le foglie si muovono e ricordano il suono delle piogge, ospitano la voce dell’invisibile. Nella tradizione del popolo Sioux Dakota a questo albero veniva affidato un ruolo nella cerimonia sacra della Danza del Sole, veniva infatti considerato un albero Cosmico che univa il cielo alla terra. Alce Nero di lui disse ” anche la brezza più sottile è in grado di fargli sussurrare una preghiera all’orecchio del Grande Spirito” ( note prese da funghiitaliani.it). I fiori si presentano in forma di spighe ( amenti ) lunghe e pendenti, guardano a terra come ad amarla e a desiderarla. Mantenendo il collegamento tra essa e il cielo. Era anche considerato nell’antichità il simbolo del rapporto tra la vita e la morte. E proprio chi è intrappolato nelle viscere di questo rapporto ha bisogno di Aspen.


La vita rappresenta ciò che più o meno conosciamo, la morte quello che più o meno non conosciamo. Trovare un equilibrio fra le due non è semplice, eppure viviamo nel mezzo.

Ci sono persone che mostrano sensibilità particolari, che riescono cioè a percepire nel mondo conosciuto, le sfumature del non conosciuto. E questo può spaventarle, tanto da cominciare a sviluppare un profondo senso di angoscia, nata da paure di origine sconosciuta.

Percepire l’ignoto e averne il terrore, pensare al vuoto e sentirlo dentro il proprio corpo, sapersi più grandi di come ci si è sempre immaginati … Convivere con queste sensazioni può diventare un peso, all’inizio, perché non se ne parla molto e quindi ci si trova impreparati, si preferisce rimanere in silenzio e non condividere il proprio sentire con gli altri, pensando che questi, non lo sappiano capire.

In questo modo però, si cade nella troppa introspezione, alienandosi  e gonfiando esageratamente le proprie paure, immaginando chissà quali eventi terribili e alimentando timori infondati. Quando si nutre troppo la parte interiore se pur negandola, ci si distacca dalla realtà che arriva forte e prepotente, così non si sa più dove stare: il mondo come fuori lo si conosceva si sgretola e quello che dentro sta per svegliarsi non lo si vuole vedere perché nuovo, ignoto e sconosciuto. In un momento in cui sembrano venuti a mancare tutti i vecchi punti di riferimento l’unica sensazione familiare sembra essere la paura.

Sperimentiamo ogni giorno sensazioni, intuizioni ed emozioni diverse qualcuna della quali la registriamo come reale, quindi normale e per questo la mettiamo nell’armadio del possibile, qualcun’altra invece la collochiamo nel non reale, quindi nell’anormale chiudendola in genere, nel cassetto dell’impossibile che difficilmente si torna ad aprire. Eppure l’impossibile ci riguarda tanto quanto il possibile.

Finché lo vorremo negare, ne saremo spaventati, e una parte di noi lotterà fino alla fine per tenersene lontana dipingendocelo per ciò che in realtà non è. Arrendersi a quello che di sé non si conosce vuol dire rinascere come individui infiniti, ma rinascere come individui infiniti vuol dire morire come uomini finiti.

Questa morte simbolica fa paura, e le persone più sensibili possono sentirla come inevitabile ma non comprensibile e non ancora accettabile. Perché loro più di altri? Perché non siamo tutti uguali e non c’è un meglio o un peggio, c’è l’esistenza e ognuno la vive secondo gli strumenti che in ogni istante ha.

Questi ‘strumenti’ sono le qualità e i difetti che ogni persona porta in sé e che può decidere di sviluppare e modellare come meglio preferisce. Sono quelle parti di sé che possono connetterci con i vari livelli dell’esistenza quelli visibili ed invisibili. La sensibilità l’abbiamo tutti, ma c’è chi ce l’ha più sviluppata rispetto ad altri, (magari in un determinato momento della vita oppure per tutta) e questo può portare a sentire il dolore come qualcosa di dannatamente reale, oppure a perdersi nell’intensità di una singola e leggera carezza che parla di un amore che i soli sensi non sanno percepire e che sveglia la parte addormentata ed infinita di noi che invece quell’amore lo comprende ma non sa come esprimerla.

Il primo contatto con questa parte, spaventa perché costringe a vedere e a poter superare un limite.

Il Fiore aiuta ad avere fiducia nella propria natura divina, a prendere coscienza che quelle forze sconosciute che tanto ci spaventano altro non sono che… noi. Frena l’eccesso di immaginazione e sposta la nostra attenzione dalla mente, al cuore, ci riporta nella presenza del nostro essere qui ed ora, senza aver paura di ampliare la nostra consapevolezza.

In molti possono passare dei momenti Aspen nel corso delle loro vite, è la sensibilità che chiama, che vuole regalare, donare qualcosa, sta poi ad ognuno di noi scegliere cosa fare di questa sensibilità se trasformarla in una maledizione o nella propria benedizione.

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1. AGRIMONY – Agrimonia Eupatoria Famiglia delle Rosacee

Agrimonia eupatoria / Aigremoine eupatoire

E’ una pianta che cresce sommersa nel verde e che usa le foglie nuove e fresche per coprire quelle che inferiormente sono secche e ripiegate su se stesse. Non ama l’ombra e cresce infatti ben dritta verso il sole, lontana da terreni acidi ed è munita di foglie pelose che usa come difesa mentre i semi sono dotati di piccoli uncini che usano per diffondersi nei luoghi sfruttando il pelo degli animali al quale restano attaccati. La parte superiore in inverno diviene secca e rinasce in primavera, ad ogni ciclo sempre più forte.

 

Agrimony copre, nasconde… maschera.

 

Questo è il fiore che chiama chi è inquieto e interiormente tormentato.

Chi segretamente soffre, mostrando invece al mondo il suo lato più vivace, allegro e spensierato.

Chi pur di svalutare i problemi è pronto a nasconderli dietro una rumorosa risata.

E’ l’amico che si vorrebbe invitare ovunque, perché fa festa, fa ridere e sa coinvolgere; quello sempre pronto a sdrammatizzare e che agli occhi degli altri appare per questo, leggero.

Eppure, se si potesse andare oltre il suo naso rosso, avventurarsi sotto tutto quel trucco pesante ed arrivargli negli occhi, lo si potrebbe guardare per ciò che davvero è: una persona profonda e potenzialmente piena di gioia, capace di far vedere a tutti le bellezze che si hanno intorno ma che invece di aderirvi, da queste inconsciamente, si separa spinta dal terrore che ha di immergersi pienamente nella vita. E così ha imparato a stare nell’esistenza in punta di piedi, nella sua e in quella degli altri, per offrire e vivere solo la parte che crede essere la più facile, quella superficiale, e che per questo, è incapace di fermarsi. Perché fermarsi vorrebbe dire sprofondare, vorrebbe dire accogliere quei pezzi di sé e dell’esistenza che riconosce ma che ha deciso di non ascoltare e allora si tiene attivo, occupato, rapito, eccitato.

Agrimony è in fuga da se stesso. Piange di nascosto ma si consola rapidamente: ogni emozione la sorvola veloce, senza atterrare, mai. Questo costa fatica e anche un certo impegno, per cui spesso può aiutarsi con farmaci, alcool o droghe.

E’ uno stato che credo possa essere familiare a molti perché è una difesa che può essere adottata, per periodi più o meno lunghi. Il rischio è quello che ad un certo punto in questa difesa ci si possa identificare e quindi vivere in un modo che non ci appartiene, mostrare ciò che non si è fino a sparire nella caricatura che di se stessi si è costruito, tanto da avere difficoltà nel tornare a connettersi con il proprio reale sentire.

Si ha così l’impressione di vivere spaccati a metà.

In questi casi il fiore aiuta a sbloccare le emozioni, per farle salire in superficie e ristabilire con queste un contatto, che sia sincero, che sia scoperto, che sia accogliente e fermo.

Agrimony porta nel giallo dei suoi petali una profumata verità: tutto è luce, ma anche ombra.

Non possiamo vivere l’una senza essere anche l’altra.

Le nostre maschere, le nostre difese, ci proteggono finché non diventiamo ‘grandi’ abbastanza da poter contenere anche le nostre ombre. Allora quando sentiremo sciogliersi il trucco, rimpicciolirsi la palla rossa, arrugginirsi l’impalcatura della nostra rumorosa risata di facciata, sapremo che è giunto il tempo di sfilarci la nostra preziosa maschera, di guardare l’ombra che dietro essa si è sempre nascosta, perché è ora di accoglierla, di conoscerla, di ascoltare ciò che ha da dirci. Solo allora potremmo immergerci nelle profondità delle nostre esistenze, mescolarle con quelle degli altri, leggeri ma anche pesanti, in alto con le mani che accarezzano i mutamenti del cielo ma anche in basso, con i piedi sommersi nell’umido fertile, della terra.

Di questa pianta Bach scrive: “ Sei una persona tormentata, la tua anima non conosce riposo; non riesci a trovare pace, ma affronti coraggiosamente il mondo nascondendo il tormento ai tuoi fratelli: i quali si prendono gioco di te, ridono, ti scherniscono, tengono allegri quelli che ti circondano mentre tu soffri. Cerchi di lenire le tue pene bevendo e prendendo droghe per aiutarti ad affrontare le difficoltà: senti di avere bisogno di qualche stimolante per andare avanti nella vita? Se è così la splendida pianta di Agrimony  che cresce ai lati dei nostri sentieri e nei nostri prati, con lo stelo simile a una chiesa e i semi come campane, ti porterà la pace, quella pace che ‘ va al di là della tua comprensione ‘. La lezione di questa pianta è riuscire a mantenere la pace in tutte le prove e le difficoltà, fino a quando niente avrà più il potere di farti irritare.“