altro, scrittura

A scuola.

Io sono stata una di quelle bambine e poi adolescenti che non sapeva dove mettersi. Soprattutto in classe.

Avevo un diario ciccione e pieno di ‘pensieri’ scritti. E i paragrafi dei libri quasi tutte evidenziati gialli, verdi o arancioni perché non riuscivo mai a decidere quali fossero le informazioni più importanti. Le nozioni invece di restringersi, nei miei occhi, si moltiplicavano e facevo davvero una grande fatica a comprenderle e a memorizzarle.

Speravo nei professori e nelle professoresse che invece per anni non hanno fatto altro che ignorarmi oppure prendermi in giro ed etichettarmi.

“Quella fra le nuvole” “quella strana” ” quella lenta”  “che tanto non capisce”.

Oltre a piangere, mortificarmi e chiudermi a riccio purtroppo in cinque anni di liceo non ho saputo fare altro.

Mi intimorivano. Mi ribellavo fuori con birra, canne, musica, vino … Ma in classe, subivo.

Non sto parlando di professori severi, sto parlando di persone che si sono approfittate o che non hanno mai avuto un minimo di rispetto per il proprio ruolo. Persone che si divertivano a sottolineare le differenze e nutrire le competizioni fra studenti e che di quelle che potevano essere le mie inclinazioni o addirittura talenti non gliene è mai fregato niente e anzi hanno sempre reputato debolezze.

Ho fatto il liceo classico perché tutti mi hanno sempre detto “sei brava in italiano” ma ai temi non ho mai preso più di un ‘sei’ senza mai sapere perché. Fino a quando non ho scoperto che l’insegnante, i miei temi, non li leggeva nemmeno: andava a simpatia, probabilmente. Mi mancò il coraggio di rendere pubblico quello che avevo saputo e un po’ me ne dispiaccio.

Studiavo solo biologia, chimica, fisica, scienze della terra … perché la professoressa era tremenda e anche lì, comunque, non prendevo mai la sufficienza. Poi un giorno la più brava della classe ( e suona malissimo questa frase, lo so ) stava riconsegnando il compito di chimica mentre lei, la professoressa, se ne stava comoda alla cattedra a guardarsi la scena. Quando ebbi il mio fra le mani mi girai verso la mia compagna di banco entusiasta e a voce alta le dissi ” Ho preso sette!!! ” e insieme abbiamo riso, riso di felicità, il cuore mi batteva forte, ‘finalmente’!’ pensavo.    Anche perché io studiavo, studiavo davvero quelle materie e cercavo di farlo bene ma oscillavo sempre fra il tre e il cinque e mezzo. Avevo raggiunto un obiettivo, ero riuscita in qualcosa di estremamente importante, per me.

Tempo nemmeno un minuto e lei, l’insegnante, ruppe l’incanto dicendo ” Viscusi, come mai tutta questa ilarità? ”         ” Professoressa … beh perché ho preso sette, finalmente! ” E lei fece un’espressione che ancora mi ricordo come se ce l’avessi davanti ora. Era un ghigno di bocca e una sguardo di finto sospetto. ” Vieni qui, fai un po’ vedere ”                        Mi avvicinai nel silenzio generale alla cattedra con quel foglio in mano glielo diedi e in un attimo con quella penna rossa e una risata gelata sbarrò il sette e disse ” Eh mi sembrava strano, ieri devo essermi distratta con mia figlia che giocava con il criceto. E’ un cinque e mezzo Viscusi. Vai a posto. ”

Io lo so che nel mondo accadono cose mille mila volte peggiori ma in quel momento il mio di mondo mi è caduto addosso. E soprattutto ho registrato un messaggio ” non ti fidare. E’ inutile essere contenti perché poi succede sempre qualcosa di brutto.. La vita ti frega, ti prende in giro.” Perché probabilmente nel mio inconscio il ‘professore’ rappresentava la ‘vita’ e non è cosa da poco.  Nel corso del tempo con lei ci furono altri episodi molto simili … era una che probabilmente si distraeva facilmente perché dire che provasse un certo diletto nel farlo con intenzione sarebbe ancora meno professionale e triste dal punto di vista umano. Perciò il messaggio che inconsciamente avevo registrato ebbe modo di imprimersi bene servendosi anche dell’aiuto di altri insegnanti tra cui quella di inglese che un giorno volle intromettersi in una conversazione che stavo avendo con alcune mie compagne durante la ricreazione in merito a quale università avremmo scelto da lì a poco e lei si sentì in diritto nemmeno di esprimere un parere ma di lanciare una sentenza mentre mi camminava dietro ” Viscusi ma tu che ci pensi a fare! E’ inutile tanto finirai a Termini a fare la punkabbestia. ” Lo disse in modo così dispregiativo che io ebbi la sensazione di spaccarmi dentro come un pezzo di vetro. E non è per i punkabbestia ma per il senso che lei diede a quella frase peraltro non richiesta e per il fatto che io non vidi più niente di fronte a me, come se si fosse spenta la luce sulle successive tappe del mio futuro.

Non ho un carattere semplice e non voglio addossare tutta la responsabilità a queste persone che si fanno chiamare ‘professori’ e che sono lontane anni luce dal vero significato che la parola racchiude. Ma sottolineare quanto uno sguardo, una frase, una presa in giro, un gesto di indifferenza in un contesto scolastico moltiplichi all’infinito la sua portata. Io oggi ho più di trent’anni e ho camminato parecchio nei vicoli, nelle praterie, nella melma e nelle sabbie bianche dell’esperienza eppure quelle frasi me le sento ancora addosso, sento le emozioni, quello che ho provato, ingoiato, subito, che non mi riuscivo a spiegare e che il mio cervello ha interpretato e associato al linguaggio della vita della quale non mi sono più fidata e questo è pericoloso. Ci vuole coraggio per sciogliere certe informazioni, per pescarne la formula nell’inconscio in profondità, chissà dove e spezzarla e infatti ci sono quelli che non ce l’hanno fatta e  ” all’odio e all’ignoranza preferirono la morte ”

Mi auguro che sempre più persone sentano il richiamo vero che sta dentro questa professione e che abbiano il coraggio di mettere in pratica quel canto, senza usarla invece come valvola di sfogo per traumi e frustrazioni private perché fra le mani hanno l’anima, il cuore, la mente e il mistero di adolescenti in piena scoperta di se stessi e della vita e mi auguro che questi possano un giorno dire “oggi ho fiducia e curiosità verso me stesso e verso la vita grazie ai miei professori ” oppure se così non fosse che allora un giorno possano dire ” oggi ho fiducia e curiosità verso me stesso e verso la vita nonostante ‘loro’ ”